Ravioli e Ricordi – Capitolo 5
- Luglio 10th, 2026
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Mollare tutto e ripartire da zero
Non so come la pensi tu, ma il problema dei soldi per me era l’ultimo da affrontare, un dettaglio!
Sì, un dettaglio, fastidioso, ma pur sempre un dettaglio.
Ora magari mi dirai: “Eh sì! Un dettaglio per chi ne ha da buttare! Prova a dirlo a chi ha difficoltà ad arrivare a fine mese!”
Beh, lascia che ti dica che non averli per noi è stata una fortuna!
Esatto, non avevamo nemmeno il 10% della cifra necessaria per rilevare l’attività, ma questa, ti ripeto, per noi è stata una fortuna.
Avere i soldi ti dà la possibilità di fare errori, ti senti libero di sbagliare perché i soldi possono sempre rimediare al posto tuo e questo toglie al progetto quella potente energia creativa che travolge tutto e tutti e che fa della tua idea una realtà ancor prima di averla realizzata.
E così noi, senza soldi, ci siamo dovuti concentrare su tutto il resto, abbiamo dovuto metterci tutta la nostra testa e il nostro cuore, abbiamo creato la nostra visione in ogni dettaglio e abbiamo visto un sogno diventare progetto e il progetto farsi pian piano sempre più concreto e convincente.
Avevamo quel fuoco dentro impossibile da spegnere che contagiava chiunque, la nostra vita era già cambiata ancor prima di mettere la prima firma.
Ci vedevamo già lì ad accogliere i nostri ospiti, a farli sedere al tavolo, a parlare con loro della nostra cucina e ad ascoltare le loro storie.
Quella casa non era soltanto un indirizzo su un atto notarile. Via Vesuvio 3, interno 10, Genova. Erano le scale che avevo salito da bambino con le ginocchia sbucciate, il rumore delle porte di legno dell’ascensore, l’odore di soffritto sul pianerottolo e il pomello d’ottone della porta d’ingresso consumato dalle mani di mia nonna Rosa, la mamma di mia madre Carmen.
La casa dei miei giochi di bambino, di cassetti con foto in bianco e nero di mio nonno Ottavio, di persone viste da sotto l’armadio, mentre stavo nascosto in silenzio per poi uscire di colpo e gridare “Bau!”, la casa del latte e focaccia al mattino e degli gnocchi al pesto a pranzo, la casa di mia nonna prima che diventasse mia e di Laura, quella che avevamo rimesso in piedi insieme facendoci bastare lo stipendio e i risparmi di Laura, un muro alla volta, un mobile alla volta, nei fine settimana dei primi anni.
Di mio nonno Ottavio conosco solo quelle foto ingiallite e i racconti di mia madre, cuciti insieme come una sfoglia tirata troppe volte: era un navigante, nostromo, aveva iniziato a lavorare a otto anni, stava via per mesi a inseguire un salario su qualche nave che il mare si prendeva insieme a lui. Un mare che lo ingoiava per troppo tempo e lo risputava per troppo poco. Non si lamentava mai, non raccontava a parole le cose brutte che vedeva, a raccontarlo erano i suoi occhi, il viso troppo abbronzato e le rughe troppo profonde per la sua età.
Mia nonna raccontava le favole a mia mamma, mio nonno le raccontava i fatti di bordo, quelli che facevano ridere.
“Sai Carmelina, una sera al cuoco gli sono caduti gli occhiali nel pentolone del minestrone, ma un pentolone grosso eh, non come quello della mamma.”
“Ma quello della mamma è enorme!”
“Eh, ti sembra enorme, ma quello di bordo è molto più grande, ci potevi stare te in piedi!”
“Davvero?”
“Proprio così.”
“E poi? Come ha fatto il cuoco? Li ha trovati gli occhiali?”
“Era arrabbiatissimo, prima ha provato col suo mestolo più lungo ad arrivare in fondo alla pentola, ma niente…”
“E poi?”
“Eh, e poi ha chiamato il suo aiutante, Efisio di Cagliari, che lui lo chiamava Comaru”
“E perché?”
“Perché in sardo vuol dire ‘uomo basso’, poverino lo prendevano sempre in giro in cucina, ma lui era orgoglioso, non si lamentava mai (tranne una volta) ed era il più bravo di tutti a pelar patate…”
“E cosa ha fatto quella volta che si è lamentato”
“Beh Carmelina, questa è un’altra storia, vuoi sapere degli occhiali del cuoco o no?”
“Sì, ma anche di Comaru.”
“Vabbè il cuoco che aveva un gran pancione non riusciva ad arrivare in fondo al pentolone, così ha dato il mestolo ad Efisio, lo ha preso per i piedi e lo ha messo a testa in giù nel pentolone”
“Oh! E non si bruciava?”
“E sì che si bruciava, infatti ha iniziato a scalciare come un mulo e ha rotto il naso al cuoco con un calcio”
“E gli è uscito il sangue?”
“Sì, ma poco, sai il cuoco è un omone che non sente mai male…”
“E gli occhiali?”
“Mistero! Si era fatta l’ora della cena e il minestrone in tutto quel trambusto era cotto, così col cuoco in infermeria ed Efisio bruciacchiato, il comandante ha chiamato me per risolvere il problema.”
“E tu cos’hai fatto?”
“Mi sono messo un grembiule bianco, ho messo il pentolone su un carrello e l’ho portato in mensa. I camerieri hanno iniziato a servire il minestrone…”
“E gli occhiali?”
“Eh aspetta… Io pensavo che prima o poi sarebbero usciti fuori, ma invece…”
“Invece?”
“Il minestrone era finito e degli occhiali neanche l’ombra!”
Se n’è andato per sempre quando io avevo poco più di un anno, e non ho di lui nemmeno un ricordo mio, solo quello prestato da chi ha sentito le sue mani ruvide accarezzarle la guancia o la sua voce raccontare storie di marinai, chi lo ha amato per quel tempo piccolo che ha avuto con lui.
Ed è stata nonna Rosa a tenere in piedi quella casa da sola, negli anni della guerra e del dopoguerra, quando un uomo assente per mesi era una condanna comune a troppe donne di quella generazione, e la parola “aiuto” non significava chiedere, significava arrangiarsi. Il mio ricordo di lei è fatto di vino e zucchero o di pane e burro, che mi porgeva in cucina come fosse la cosa più importante del mondo, e lo era per lei che aveva vissuto la fame e la povertà, così mi imboccava in un gesto d’amore assoluto con le mani che sapevano già, molto prima delle mie, cosa significa fare quadrare i conti di una vita con quello che c’è, non con quello che manca.
Ha fatto quadrare i conti con una quinta elementare, tanta pazienza e tanto lavoro. Con quel suo dire: “Quel che c’è non manca” quando a mia mamma bambina un pranzo sembrava misero o quando si lamentava dei vestiti rammendati. “Quel che c’è non manca” voleva dire che le cose che avevi davanti erano sufficienti e preziose.
Era diventata sorda come una campana, forse per quello che le piacevano i film di Bud Spencer, “Chigliu chi duna tutti chigli pugni” (quello che tira tutti quei pugni in calabrese) sì, perché mia nonna aveva la quinta elementare ma era poliglotta: parlava correntemente l’italiano di studio, il genovese di adozione e il calabrese delle sue origini di Siderno Marina.
Anche mia mamma conosce queste lingue (più il francese scolastico), ma le usa diversamente: il calabrese solo quando è incazzata, il genovese quando parla teneramente dei suoi nipoti.
Non ha mai voluto gli apparecchi acustici mia nonna, preferiva guardare la tv con un amplificatorino attaccato all’orecchio a volumi folli.
Non era lei ad essere sorda, eravamo noi che parlavamo “Bubububu che non si capisce niente”.
Così oltre ai film di Bud Spencer, leggeva tantissimo, quotidiani, riviste, libri.
Era una donna di altri tempi che conosceva il mondo di oggi, ma che non perdeva il legame con le sue radici, quei valori che attraverso quel pane e burro, latte e focaccia o vino e zucchero, mi ha passato quasi senza che me ne accorgessi.
Quando oggi racconto l’esperienza che vogliamo che le persone che vengono qui a La Taverna vivano, penso a lei e alle domeniche mattina in via vesuvio 3 interno 10.
Quando racconto del sole che filtra dalla finestra e tu che ti svegli col profumo del tòcco che cuoce lento e i rumori della cucina, parlo di me, di mia nonna Rosa e di quella casa dove mi sentivo felice e al sicuro.
E ora toccava a me. Stavo per mettere in gioco la stessa casa che lei aveva difeso da sola in silenzio per tanto tempo con mille sacrifici, per inseguire un sogno che a molti sarebbe sembrato ancora più incosciente di andare per mare.
Quella casa era diversa ora, muri bianchi al posto della tappezzeria, un openspace all’ingresso con cucina a vista, parquet, doppi servizi, vetrocemento, soppalchi, più luminosa, più moderna, più nostra.
Quando mia nonna l’ha vista per la prima volta dopo la ristrutturazione non la riconosceva più.
“L’hai fatta più grande!” mi aveva detto con quel suo sorriso sdentato e lo sguardo commosso.
Stava in via Capri, con i miei genitori ormai da qualche anno, aveva bisogno di essere seguita e mia mamma se ne prendeva cura.
Mi ha sempre detto, fin da quando ero solo un bambino che quella casa era mia, che le era costata tanti sacrifici e che la affidava a me, dovevo prendermene cura e rispettarla.
Non l’ho deciso da solo: io e Laura ne abbiamo parlato un venerdì sera, al tavolo di quella cucina con le ante blu e verdi e il piano cottura a penisola, mentre i bambini dormivano in quella stanza che avevamo pensato per loro ancora prima di sposarci.
La Susi era sotto il tavolo con la testa appoggiata sulle zampe davanti incrociate, l’orologio rotondo col bordo blu appeso al muro scandiva lento un tempo di paura del cambiamento e voglia di rinascita.
Ci siamo guardati e abbiamo capito che non stavamo rischiando dei muri. Stavamo continuando qualcosa che nonna Rosa aveva già cominciato, senza saperlo, molto prima di noi.
“Signor Pirrello, quanto le serve per l’operazione?”
Due occhi azzurri penetranti mi fissavano incorniciati da un caschetto biondo cenere.
Ritornai con un po’ di fatica alla realtà.
Pinzatrice, penna e matita temperata perfettamente, disposte sulla scrivania ordinata della direttrice della banca stretta in un tailleur prugna, che ora mi guardava con un mezzo sorriso.
Mi aveva accompagnato mio papà, lui in giacca e cravatta, io un po’ più informale in jeans, camicia e maglia di lana con la zip.
Essere lì per me era un enorme passo avanti verso la realizzazione del mio sogno, anche se era soltanto un incontro preliminare.
La direttrice mi aveva fatto mille domande sul business plan, su come sarei riuscito a pagare le rate del mutuo, che garanzie potevo darle…
E io le avevo raccontato il sogno.
Quando mi chiedeva dei numeri, io le raccontavo della mia visione.
Lei compita con la schiena diritta nel suo tailleur, era stata ad ascoltare in silenzio e alla fine della mia esposizione qualcosa era cambiato nel suo sguardo.
Ora non voglio dire che i numeri non c’erano proprio, avevamo messo insieme garanzie, business plan, ipoteca sulla casa, i soldi della liquidazione…
Ma i numeri non possono vincere contro i sogni.
La magia più grande l’ha fatta la voglia impaziente che avevamo di cominciare, al nostro irriducibile e contagioso entusiasmo, nessuno poteva resistere!
La cosa era talmente reale nella nostra testa che diventava reale agli occhi di chiunque, anche agli splendidi occhi azzurri della gelida direttrice in tailleur prugna che con quel mezzo sorriso ha lasciato intravvedere invece un grande cuore.
Un cuore da bancario, s’intende, ma pur sempre un cuore!
Ora i soldi c’erano, o quasi, tutto il resto invece no!
Dovevamo trasferire il nostro sogno dalla nostra mente alla realtà e la realtà, si sa, è sempre un po’ spietata ed ha la cattiva abitudine di metterti alla prova.
La prova dei Fatti appunto!
Quando sono uscito da quella banca, con la firma ancora fresca sul foglio, non avevo risolto il problema dei soldi. L’avevo solo reso possibile da affrontare. Il vero salto non era stato convincere la direttrice: era stato continuare a crederci anche prima che qualcuno, banca compresa, ci credesse insieme a noi.
Oggi, quando qualcuno mi dice “vorrei fare una cosa ma non ho i soldi per iniziare”, capisco benissimo cosa sta dicendo. E capisco anche, il più delle volte, cosa sta nascondendo dietro quella frase. A volte è vero, i soldi mancano davvero. Più spesso è una scusa comoda, elegante, un modo per non doversi ancora buttare.
Tu quanti sogni hai rimandato aspettando prima sicurezza dei soldi i tempi giusti e che tutto fosse perfetto?
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