Ravioli e Ricordi – Capitolo 6
- Luglio 19th, 2026
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Mollare tutto e ripartire da zero
Certo, saper cucinare è sicuramente una buona partenza.
A casa avevamo sempre amici o parenti a cena. Al ritorno dall’ufficio, se non avevamo già programmato la serata, la domanda era:
“Invitiamo qualcuno?”
“Sì dai, potremmo sentire la Marisa e Gianni, magari facciamo la pasta col pesto di pinoli!”
“Ma quella è la sua specialità, no dai facciamo…”
E qui si aprivano dibattiti su cosa fosse meglio fare, cosa c’era nel frigo, cosa era più veloce, cosa era più originale…
Oppure c’era un aperitivo che poi diventava una cena, o una riunione che diventava una cena, o un pranzo che diventava una cena, una cena che continuava con una seconda cena dopo la mezzanotte…
A Natale e Capodanno eravamo la trattoria di riferimento, e poi le cene degli avanzi nei giorni a seguire, dove ognuno portava qualcosa della festa del giorno prima. Ma anche la pasticceria per i compleanni o il catering per le scampagnate…
È stato proprio vivendo queste situazioni che si è accesa in noi quella scintilla della passione per i fornelli e per l’accoglienza.
Grazie a quei momenti di scambio e partecipazione è cresciuta in noi la consapevolezza che la nostra Cucina degli Antichi Sapori diventava sempre di più un mezzo per avvicinarsi e capire le persone, condividere con loro le proprie idee, parlare e confrontarsi, conoscersi e crescere.
Per i nostri figli avere ospiti ormai era la regola, o forse era diventato quasi un bisogno!
Ma noi avevamo un po’ di sensi di colpa: forse li stavamo trascurando, magari ogni tanto sarebbe stato giusto dedicare loro tutta la nostra attenzione.
Una sera avevamo deciso di passarla in famiglia. Una volta tanto volevamo pensare solo a noi e ai nostri bambini.
Era quasi pronto in tavola quando Samuele, il più grande dei tre, arriva in cucina, si guarda intorno un po’ triste e spaesato e fa: “Che silenzio! Ma come mai non c’è nessuno stasera?”.
Sensi di colpa svaniti in una sonora risata!
Dal cucinare per qualche amico, una cosa tira l’altra e, sai com’è, iniziava a piacerci parecchio, così abbiamo iniziato ad accettare responsabilità maggiori.
In breve tempo siamo passati dalla cucina di casa alla cucina comunitaria nei campi estivi parrocchiali come volontariato, poi a organizzare feste e rinfreschi e poi… ci siamo trovati sulla SS45 direzione Rovegno!
Queste belle esperienze, che non dimenticheremo mai, sono certamente una buona partenza. Ma non bastano.
Non si possono sottovalutare tutte quelle competenze che un ristoratore deve avere, come non si possono dare per scontate l’importanza dell’organizzazione, la capacità di gestione, il saper acquistare, trattare con i fornitori, inserire la contabilità, fare i prezzi, gestire il personale, promuovere l’attività, confrontarsi con la concorrenza.
Una buona parte di tutto questo dovevamo ancora impararla.
Alcune competenze le avevamo: Laura, contabile con anni di esperienza, sapeva bene come gestire i numeri; io, dalla mia esperienza di responsabile dell’ufficio tecnico e acquisti, sapevo come trattare con i fornitori e gestire un progetto, e la mia formazione artistica mi avrebbe certo aiutato nella promozione e nella comunicazione. Ma da che parte iniziare?
Quanti dubbi, quante domande a cui non sapevamo dare risposta!
Così… ecco, Signore e Signori, vi presento i dilettanti allo sbaraglio!!!
Ancora oggi mi viene l’ansia al ricordo di quelle notti insonni passate a cercare di organizzare il pranzo della domenica, o a cercare di capire quale scelta fosse la migliore in fatto di menù, e poi di acquisti, e quindi di fornitori…
Ma ripenso a quei giorni anche con un po’ di nostalgia e tenerezza, perché anche se ogni decisione era difficile e nessuno ci poteva dire se era giusta o sbagliata, eravamo insieme, Laura ed io, a costruire il nostro futuro, a cambiare le regole, a portare piano piano alla luce la nostra idea di Cucina degli Antichi Sapori.
Un’idea simbolicamente racchiusa nei ravioli fatti in casa, in un vecchio libro di ricette e in un quaderno scritto a matita con cui hanno cucinato le nostre nonne, ma in cui batte forte il cuore di quel mondo di ricordi che solo gli Antichi Sapori sanno rievocare.
Ma prima di raccontarti il nostro difficile debutto a La Taverna, dobbiamo fare un passo indietro, perché voglio farti conoscere i vecchi gestori: Marcello e Rosalba, che volevano cedere la Taverna ma che, sorprendentemente, ci sconsigliarono di rilevarla!
Marcello e Rosalba
La loro storia meriterebbe un altro libro, ma qualcosa voglio dirtela qui.
Lui un ex musicista, sognatore e stravagante, capelli grigi lunghi fino alle spalle e una voce pastosa e accattivante; lei una donna minuta, gentile e molto pratica, piacevole e di compagnia.
Per oltre trent’anni hanno gestito il locale con grande successo.
La Taverna, meglio conosciuta come Le Fontanelle, è stata la prima pizzeria della Val Trebbia: forni a legna, testi di rame per la farinata, un punto di riferimento negli anni ottanta per tutti i giovani e i meno giovani dei paesi vicini, ma anche delle altre valli.
La leggenda narra che a quel tempo c’erano talmente tante persone a mangiare la pizza e a bere birra alla spina che Marcello e Rosalba non riuscivano nemmeno a tenere il conto di chi pagava e chi andava via di nascosto!!!
Facevano la pizza fino alle quattro del mattino, poi le colazioni, poi la carne alla brace, alla sera Marcello suonava il pianoforte e poi ancora pizze e via…
Marcello, oltre a gestire la pizzeria, allevava i cavalli e aveva anche un fare un po’ da spaccone, come Clint Eastwood nei film di Sergio Leone.
Un’altra leggenda narra che incassasse così tanto che un lunedì mattina riempì due grosse bisacce con l’incasso del weekend e andò a versare i soldi in banca a Rovegno in sella al suo cavallo, con tanto di cappello da cowboy.
Ma gli anni d’oro per Marcello e Rosalba e la loro pizzeria erano finiti da un bel pezzo, e il locale aveva rallentato un po’.
Li abbiamo conosciuti quel giorno di autunno del 2008. Ci eravamo lasciati alle spalle Genova e una giornata fredda ma frizzante, di sole e di cielo sereno; poi, all’uscita della galleria di Ponte Trebbia, il mondo era cambiato di colpo: un paesaggio invernale più che autunnale, ammorbidito da un manto bianco e silenzioso. Arrivati alla baita, parcheggiammo la Multipla in mezzo alla neve.
Erano sprofondati in un divano anni ottanta vicino alla stufa: Rosalba leggeva con gli occhiali a mezza luna sulla punta del naso, Marcello sonnecchiava.
In mezzo alla stanza Mirò, un enorme golden, mordicchiava un pupazzetto di peluche consumato.
Appena entrai, la prima cosa che vidi fu il pianoforte a coda nella penombra della sala bar, ed ebbi la conferma che eravamo nel posto giusto.
Forse per una sorta di magia o incantesimo, o magari per un misterioso destino, quel giorno entrammo nella nostra nuova vita.
Suonavo e cantavo da quando ero un bambino, e avevo sempre sognato un pianoforte così.
Quando riuscii a staccare lo sguardo dallo strumento e a chiudere la bocca spalancata per la sorpresa, salutai Marcello e Rosalba, che ci accolsero con la premura e la professionalità di chi sa stare in armonia con le persone non solo per il lavoro che fa, ma per sua natura.
Ci immergemmo nell’abbraccio caldo di quella baita costruita completamente in legno, nel profumo di stufa a legna e intimità, nel suono dello scoppiettio del fuoco e nella storia che raccontavano i tavoli rustici consumati dal tempo.
Parlammo di musica, di passioni e desideri, di noi e di loro, di figli e futuro, di sogni e speranze.
Ogni tanto Mirò alzava il testone e ci guardava pigro, ogni tanto non resistevo e mi chinavo ad accarezzarlo: aveva un pelo morbidissimo e trasmetteva pace e serenità.
Fu molto piacevole, ma a un certo punto affrontai il discorso del subentro e dei soldi, anche perché si era fatto tardi e Laura mi stava già fissando con il suo sguardo modello:
“Adesso però arriviamo al dunque, che abbiamo un sacco di strada da fare e i bambini ci aspettano dai nonni, che non sanno nemmeno che siamo venuti fin qui.”
Ci fecero fare il giro del locale, ci raccontarono la storia di ogni mobile, di ogni pezzo d’arredo.
Forse, man mano che ci mostravano le cose da cui presto si sarebbero separati, si rendevano conto che non sarebbe stato così indolore staccarsi da tutto quello. O forse, guardandoci con gli occhi di un padre e di una madre, si preoccupavano per noi.
“Ragazzi, ma siete proprio sicuri?” fece Rosalba, guardando prima me e poi Laura dritto negli occhi.
“Qui siamo proprio fuori dal mondo, non è facile viverci, d’inverno non c’è nessuno…” intervenne Marcello.
“A volte in tutto il giorno non vediamo passare neanche una macchina” rincarò la dose Rosalba.
Non potevo credere alle mie orecchie: stavano cercando di dissuaderci!
“Bisogna proprio volersi bene per stare qui da soli tutto l’inverno…”
E qui iniziai a pensare a Jack Nicholson in Shining.
“Poi avete tre bambini…”
Qui invece pensai alle gemelle spettrali, sempre dello stesso film, che invitano Danny a giocare: “Vieni a giocare con noi… per sempre, per sempre!”
Al che mi domandai se veramente volevano vendere.
Noi cercavamo proprio un posto come questo, in mezzo al verde, con l’abitazione sopra il ristorante e indipendente sui quattro lati. E il fatto che ci fosse anche un pianoforte, e che la storia di Rosalba e Marcello fosse in qualche modo simile alla nostra, era la ciliegina sulla torta che ci convinse immediatamente.
Solo che ora non sembravano convinti loro.
“Va beh ragazzi, intanto tornerete no? Ne riparliamo la prossima volta!”
“Ma veramente…”
“Parlatene un po’ fra di voi e se poi siete proprio convinti…”
“E… va beh… allora… okay, ci sentiamo, grazie dell’ospitalità.”
Una volta in macchina guardai Laura e le dissi:
“Senti, io domani do le dimissioni.”
“Ma non sai nemmeno se lo vogliono vendere, non mi sembravano così intenzionati! E adesso ai tuoi come glielo diciamo, che l’abbiamo trovato davvero? E i soldi…”
“Dettagli.”
L’indomani presentai le mie dimissioni.
Quando uscii dall’ufficio fu come vedere il mondo per la prima volta: avevo ripreso in mano la mia vita, e tra gli alberi del viale, per me, soffiava il vento del cambiamento.
È stato come per Hernán Cortés bruciare le proprie navi in porto: avevo appena bruciato la mia via di fuga. Ora, finalmente, avrei potuto pensare solo alla Taverna e al nostro progetto.
“Dettagli.” In quella parola c’era tutto quello che ero allora: uno che aveva appena trovato la scusa più bella della sua vita per buttarsi. Il giorno dopo ho dato le dimissioni davvero, e ho bruciato la mia via di fuga.
Ci ho ripensato spesso, in questi anni. Marcello e Rosalba, quel giorno, non stavano facendo cattivi affari. Stavano facendo una cosa più rara: ci guardavano con gli occhi di chi quella vita l’aveva vissuta per davvero, e sapeva quanto pesa. Non volevano venderci un sogno. Volevano che sapessimo cosa stavamo comprando.
E forse è proprio questo il punto. Quando decidi di cambiare, arriva sempre qualcuno che prova a metterti in guardia (a volte per invidia, a volte per paura, a volte perché ti vuole bene davvero). Il difficile non è ignorarlo. Il difficile è ascoltarlo fino in fondo, prendere tutto il peso di quello che dice, e scegliere lo stesso. Tu, quel qualcuno, ce l’hai già in mente?
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