CARICAMENTO

Ravioli e Ricordi – Capitolo 5

 
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Mollare tutto e ripartire da zero

Non so come la pensi tu, ma il problema dei soldi per me era l’ultimo da affrontare, un dettaglio!

Sì, un dettaglio, fastidioso, ma pur sempre un dettaglio.

Ora magari mi dirai: “Eh sì! Un dettaglio per chi ne ha da buttare! Prova a dirlo a chi ha difficoltà ad arrivare a fine mese!”

Beh, lascia che ti dica che non averli per noi è stata una fortuna!

Esatto, non avevamo nemmeno il 10% della cifra necessaria per rilevare l’attività, ma questa, ti ripeto, per noi è stata una fortuna.

Avere i soldi ti dà la possibilità di fare errori, ti senti libero di sbagliare perché i soldi possono sempre rimediare al posto tuo e questo toglie al progetto quella potente energia creativa che travolge tutto e tutti e che fa della tua idea una realtà ancor prima di averla realizzata.

E così noi, senza soldi, ci siamo dovuti concentrare su tutto il resto, abbiamo dovuto metterci tutta la nostra testa e il nostro cuore, abbiamo creato la nostra visione in ogni dettaglio e abbiamo visto un sogno diventare progetto e il progetto farsi pian piano sempre più concreto e convincente.

Avevamo quel fuoco dentro impossibile da spegnere che contagiava chiunque, la nostra vita era già cambiata ancor prima di mettere la prima firma.

Ci vedevamo già lì ad accogliere i nostri ospiti, a farli sedere al tavolo, a parlare con loro della nostra cucina e ad ascoltare le loro storie.

Quella casa non era soltanto un indirizzo su un atto notarile. Via Vesuvio 3, interno 10, Genova. Erano le scale che avevo salito da bambino con le ginocchia sbucciate, il rumore delle porte di legno dell’ascensore, l’odore di soffritto sul pianerottolo e il pomello d’ottone della porta d’ingresso consumato dalle mani di mia nonna Rosa, la mamma di mia madre Carmen.

La casa dei miei giochi di bambino, di cassetti con foto in bianco e nero di mio nonno Ottavio, di persone viste da sotto l’armadio, mentre stavo nascosto in silenzio per poi uscire di colpo e gridare “Bau!”, la casa del latte e focaccia al mattino e degli gnocchi al pesto a pranzo, la casa di mia nonna prima che diventasse mia e di Laura, quella che avevamo rimesso in piedi insieme facendoci bastare lo stipendio e i risparmi di Laura, un muro alla volta, un mobile alla volta, nei fine settimana dei primi anni.

Di mio nonno Ottavio conosco solo quelle foto ingiallite e i racconti di mia madre, cuciti insieme come una sfoglia tirata troppe volte: era un navigante, nostromo, aveva iniziato a lavorare a otto anni, stava via per mesi a inseguire un salario su qualche nave che il mare si prendeva insieme a lui. Un mare che lo ingoiava per troppo tempo e lo risputava per troppo poco. Non si lamentava mai, non raccontava a parole le cose brutte che vedeva, a raccontarlo erano i suoi occhi, il viso troppo abbronzato e le rughe troppo profonde per la sua età.

Mia nonna raccontava le favole a mia mamma, mio nonno le raccontava i fatti di bordo, quelli che facevano ridere.

“Sai Carmelina, una sera al cuoco gli sono caduti gli occhiali nel pentolone del minestrone, ma un pentolone grosso eh, non come quello della mamma.”

“Ma quello della mamma è enorme!”

“Eh, ti sembra enorme, ma quello di bordo è molto più grande, ci potevi stare te in piedi!”

“Davvero?”

“Proprio così.”

“E poi? Come ha fatto il cuoco? Li ha trovati gli occhiali?”

“Era arrabbiatissimo, prima ha provato col suo mestolo più lungo ad arrivare in fondo alla pentola, ma niente…”

“E poi?”

“Eh, e poi ha chiamato il suo aiutante, Efisio di Cagliari, che lui lo chiamava Comaru”

“E perché?”

“Perché in sardo vuol dire ‘uomo basso’, poverino lo prendevano sempre in giro in cucina, ma lui era orgoglioso, non si lamentava mai (tranne una volta) ed era il più bravo di tutti a pelar patate…”

“E cosa ha fatto quella volta che si è lamentato”

“Beh Carmelina, questa è un’altra storia, vuoi sapere degli occhiali del cuoco o no?”

“Sì, ma anche di Comaru.”

“Vabbè il cuoco che aveva un gran pancione non riusciva ad arrivare in fondo al pentolone, così ha dato il mestolo ad Efisio, lo ha preso per i piedi e lo ha messo a testa in giù nel pentolone”

“Oh! E non si bruciava?”

“E sì che si bruciava, infatti ha iniziato a scalciare come un mulo e ha rotto il naso al cuoco con un calcio”

“E gli è uscito il sangue?”

“Sì, ma poco, sai il cuoco è un omone che non sente mai male…”

“E gli occhiali?”

“Mistero! Si era fatta l’ora della cena e il minestrone in tutto quel trambusto era cotto, così col cuoco in infermeria ed Efisio bruciacchiato, il comandante ha chiamato me per risolvere il problema.”

“E tu cos’hai fatto?”

“Mi sono messo un grembiule bianco, ho messo il pentolone su un carrello e l’ho portato in mensa. I camerieri hanno iniziato a servire il minestrone…”

“E gli occhiali?”

“Eh aspetta… Io pensavo che prima o poi sarebbero usciti fuori, ma invece…”

“Invece?”

“Il minestrone era finito e degli occhiali neanche l’ombra!”

Se n’è andato per sempre quando io avevo poco più di un anno, e non ho di lui nemmeno un ricordo mio, solo quello prestato da chi ha sentito le sue mani ruvide accarezzarle la guancia o la sua voce raccontare storie di marinai, chi lo ha amato per quel tempo piccolo che ha avuto con lui.

Ed è stata nonna Rosa a tenere in piedi quella casa da sola, negli anni della guerra e del dopoguerra, quando un uomo assente per mesi era una condanna comune a troppe donne di quella generazione, e la parola “aiuto” non significava chiedere, significava arrangiarsi. Il mio ricordo di lei è fatto di vino e zucchero o di pane e burro, che mi porgeva in cucina come fosse la cosa più importante del mondo, e lo era per lei che aveva vissuto la fame e la povertà, così mi imboccava in un gesto d’amore assoluto con le mani che sapevano già, molto prima delle mie, cosa significa fare quadrare i conti di una vita con quello che c’è, non con quello che manca.

Ha fatto quadrare i conti con una quinta elementare, tanta pazienza e tanto lavoro. Con quel suo dire: “Quel che c’è non manca” quando a mia mamma bambina un pranzo sembrava misero o quando si lamentava dei vestiti rammendati. “Quel che c’è non manca” voleva dire che le cose che avevi davanti erano sufficienti e preziose.

Era diventata sorda come una campana, forse per quello che le piacevano i film di Bud Spencer, “Chigliu chi duna tutti chigli pugni” (quello che tira tutti quei pugni in calabrese) sì, perché mia nonna aveva la quinta elementare ma era poliglotta: parlava correntemente l’italiano di studio, il genovese di adozione e il calabrese delle sue origini di Siderno Marina.

Anche mia mamma conosce queste lingue (più il francese scolastico), ma le usa diversamente: il calabrese solo quando è incazzata, il genovese quando parla teneramente dei suoi nipoti.

Non ha mai voluto gli apparecchi acustici mia nonna, preferiva guardare la tv con un amplificatorino attaccato all’orecchio a volumi folli.

Non era lei ad essere sorda, eravamo noi che parlavamo “Bubububu che non si capisce niente”.

Così oltre ai film di Bud Spencer, leggeva tantissimo, quotidiani, riviste, libri.

Era una donna di altri tempi che conosceva il mondo di oggi, ma che non perdeva il legame con le sue radici, quei valori che attraverso quel pane e burro, latte e focaccia o vino e zucchero, mi ha passato quasi senza che me ne accorgessi.

Quando oggi racconto l’esperienza che vogliamo che le persone che vengono qui a La Taverna vivano, penso a lei e alle domeniche mattina in via vesuvio 3 interno 10.

Quando racconto del sole che filtra dalla finestra e tu che ti svegli col profumo del tòcco che cuoce lento e i rumori della cucina, parlo di me, di mia nonna Rosa e di quella casa dove mi sentivo felice e al sicuro.

E ora toccava a me. Stavo per mettere in gioco la stessa casa che lei aveva difeso da sola in silenzio per tanto tempo con mille sacrifici, per inseguire un sogno che a molti sarebbe sembrato ancora più incosciente di andare per mare.

Quella casa era diversa ora, muri bianchi al posto della tappezzeria, un openspace all’ingresso con cucina a vista, parquet, doppi servizi, vetrocemento, soppalchi, più luminosa, più moderna, più nostra.

Quando mia nonna l’ha vista per la prima volta dopo la ristrutturazione non la riconosceva più.

“L’hai fatta più grande!” mi aveva detto con quel suo sorriso sdentato e lo sguardo commosso.

Stava in via Capri, con i miei genitori ormai da qualche anno, aveva bisogno di essere seguita e mia mamma se ne prendeva cura.

Mi ha sempre detto, fin da quando ero solo un bambino che quella casa era mia, che le era costata tanti sacrifici e che la affidava a me, dovevo prendermene cura e rispettarla.

Non l’ho deciso da solo: io e Laura ne abbiamo parlato un venerdì sera, al tavolo di quella cucina con le ante blu e verdi e il piano cottura a penisola, mentre i bambini dormivano in quella stanza che avevamo pensato per loro ancora prima di sposarci.

La Susi era sotto il tavolo con la testa appoggiata sulle zampe davanti incrociate, l’orologio rotondo col bordo blu appeso al muro scandiva lento un tempo di paura del cambiamento e voglia di rinascita.

Ci siamo guardati e abbiamo capito che non stavamo rischiando dei muri. Stavamo continuando qualcosa che nonna Rosa aveva già cominciato, senza saperlo, molto prima di noi.

“Signor Pirrello, quanto le serve per l’operazione?”

Due occhi azzurri penetranti mi fissavano incorniciati da un caschetto biondo cenere.

Ritornai con un po’ di fatica alla realtà.

Pinzatrice, penna e matita temperata perfettamente, disposte sulla scrivania ordinata della direttrice della banca stretta in un tailleur prugna, che ora mi guardava con un mezzo sorriso.

Mi aveva accompagnato mio papà, lui in giacca e cravatta, io un po’ più informale in jeans, camicia e maglia di lana con la zip.

Essere lì per me era un enorme passo avanti verso la realizzazione del mio sogno, anche se era soltanto un incontro preliminare.

La direttrice mi aveva fatto mille domande sul business plan, su come sarei riuscito a pagare le rate del mutuo, che garanzie potevo darle…

E io le avevo raccontato il sogno.

Quando mi chiedeva dei numeri, io le raccontavo della mia visione.

Lei compita con la schiena diritta nel suo tailleur, era stata ad ascoltare in silenzio e alla fine della mia esposizione qualcosa era cambiato nel suo sguardo.

Ora non voglio dire che i numeri non c’erano proprio, avevamo messo insieme garanzie, business plan, ipoteca sulla casa, i soldi della liquidazione…

Ma i numeri non possono vincere contro i sogni.

La magia più grande l’ha fatta la voglia impaziente che avevamo di cominciare, al nostro irriducibile e contagioso entusiasmo, nessuno poteva resistere!

La cosa era talmente reale nella nostra testa che diventava reale agli occhi di chiunque, anche agli splendidi occhi azzurri della gelida direttrice in tailleur prugna che con quel mezzo sorriso ha lasciato intravvedere invece un grande cuore.

Un cuore da bancario, s’intende, ma pur sempre un cuore!

Ora i soldi c’erano, o quasi, tutto il resto invece no!

Dovevamo trasferire il nostro sogno dalla nostra mente alla realtà e la realtà, si sa, è sempre un po’ spietata ed ha la cattiva abitudine di metterti alla prova.

La prova dei Fatti appunto!

Quando sono uscito da quella banca, con la firma ancora fresca sul foglio, non avevo risolto il problema dei soldi. L’avevo solo reso possibile da affrontare. Il vero salto non era stato convincere la direttrice: era stato continuare a crederci anche prima che qualcuno, banca compresa, ci credesse insieme a noi.

Oggi, quando qualcuno mi dice “vorrei fare una cosa ma non ho i soldi per iniziare”, capisco benissimo cosa sta dicendo. E capisco anche, il più delle volte, cosa sta nascondendo dietro quella frase. A volte è vero, i soldi mancano davvero. Più spesso è una scusa comoda, elegante, un modo per non doversi ancora buttare.

Tu quanti sogni hai rimandato aspettando prima sicurezza dei soldi i tempi giusti e che tutto fosse perfetto?

 
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Ravioli e Ricordi – Capitolo 4

 
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Mollare tutto e ripartire da zero

Mia madre ha sempre pensato che fossi matto.

Non matto nel senso clinico, per carità (anche se a volte mi chiedo se non ci fosse un pizzico di speranza in quella direzione). Matto nel senso artistico: figlio imprevedibile, capace di qualsiasi cosa, soprattutto delle cose meno sensate.

E devo ammettere che qualche colpa ce l’avevo.

Fin da piccolo avevo manifestato quello che in casa nostra veniva chiamato “il problema”: disegnavo, scrivevo, suonavo, inventavo storie. Per me era tutto naturale, per lei era un campanello d’allarme che suonava senza sosta. L’artista, lo sapeva bene, è una figura romantica sulla carta e tragica nella vita reale. Senza soldi, senza sicurezza, senza radici.

“Guarda la storia, gli artisti sono tutti morti di fame!”

E aveva ragione, in un certo senso. Il problema non era il talento (quello forse c’era) ma quella leggerezza di fondo, quella tendenza a sentirmi capace di tutto prima ancora di aver capito cosa fosse quel tutto. L’entusiasmo senza zavorra. La certezza senza esperienza.

Cose bellissime a vent’anni. Meno rassicuranti quando hai una famiglia da mantenere.

Quindi puoi immaginare che quando, a trentotto anni, con moglie e tre figli, all’inizio di una crisi economica che stava piegando tutto il mondo, ho deciso di lasciare un lavoro fisso per aprire un ristorante in un posto che la maggior parte delle persone non sapeva nemmeno dove fosse, mia madre aveva già pronto il suo archivio di preoccupazioni. Anni di materiale accumulato, tutto lì, ordinato e pronto all’uso.

Il problema non era dirlo a mia madre.

Il problema era sopravvivere dopo averlo fatto.

In realtà ci spaventava più l’annuncio che la partenza stessa. Non perché fossimo incerti, la decisione era presa. Ma se hai dovuto dire una cosa difficile a qualcuno che ami sai che non è il giudizio che ti spaventa: è il rischio che le loro parole trovino i dubbi che stai cercando di non sentire. E quelli lì, i dubbi, li avevamo anche noi, ma li lasciavamo nascosti sotto il bel tappeto del nostro sogno.

La cena dai miei è sempre una cosa bella e caotica insieme.

Mia madre aveva aperto l’anta del pensile a sinistra dei fornelli, quello delle spezie.

“Mettine poco che è quello calabrese, è fortissimo!” mi dice passandomi il peperoncino in polvere e lasciando l’anta aperta.

“Chistu picchante è? Mi piddi pu culu?” rispondo scimmiottando un cugino di Siderno che faceva a gara con suo fratello a chi mangiava più piccante.

“Ma come fai a sentire il gusto poi? Ho fatto i taggen al tocco, li rovini!” Effettivamente aveva ragione, ma ero nella fase della mia vita in cui dovevo esagerare in qualsiasi cosa. “Ma, il tuo tocco è capace di sovrastare anche la dinamite!”

“Sì, sì, prendi in giro, prendi in giro…” Apre un’altra anta, tira fuori un piatto e lo mette in tavola, lasciando aperta anche quella.

“Uh, ma manca il pane! E non mi dite niente?!!!” Apre lo sportello in basso della credenza, prende il sacchetto del pane e lo mette in tavola. Anta aperta.

Interviene mio padre, che nel frattempo la osservava silenzioso in piedi davanti alla pentola, e dando ancora una rimescolata dice: “Ah Ciccia, non te l’ho detto…”

“Cosa?”

“È morto quello…”

“Chi è morto?” Si allarma mia mamma.

“Quello che chiudeva gli sportelli.”

Silenzio.

Ridiamo.

“Ma sei un deficiente! Mi hai fatto preoccupare! E chiuditeli te gli sportelli invece di star lì a rimescolare l’acqua, cosa serve vorrei sapere!”

“Non sto rimescolando l’acqua, rimescolo le tagliatelle, altrimenti si attaccano.”

“Ma non si attaccano! Scolale va e vatti a sedere che mi hai già fatto arrabbiare.”

Laura mi guarda preoccupata. Le sorrido per rassicurarla: non stanno veramente litigando, è il loro modo di volersi bene.

“Sembra di essere in Casa Vianello,” dico, citando la sitcom che ci ha fatto ridere per tutti gli anni novanta.

“Eh appunto: che noia, che barba, che noia che barba. È proprio un noioso tuo padre!”

“Dai Ciccia, passami la zuppiera col sugo che i taggen sono scolati.” Taglia corto mio padre, e mentre alza la testa picchia contro l’anta aperta.

Silenzio.

Ridiamo.

Eravamo arrivati al dolce quando Laura mi ha guardato con quello sguardo (chi la conosce sa di cosa parlo, niente di visibile a occhio nudo, ma efficace come un cartello stradale col lampeggiante) che diceva chiaramente: hai lasciato passare l’antipasto, il primo, il secondo e il contorno. Adesso parli.

“Allora,” ho esordito, con la voce di chi si sta tuffando da un’altezza non verificata, “vorremmo dirvi una cosa importante.”

“Oh bello Segnô cäo!!!” fa mia madre, in genovese, con quella sua capacità di sparare prima di vedere il bersaglio. “Sei di nuovo incinta Laura!!??”

Ecco.

Mia madre ha questa caratteristica magnifica e snervante allo stesso tempo: finisce le tue frasi prima che tu le cominci. Lei sa già. Ha sempre saputo. Il problema è che a volte sa la cosa sbagliata.

Era lo stesso meccanismo di quando tornavo a casa e mi chiedeva “Com’è andata a scuola?”, senza aspettarsi risposta:

“Bene, certo, figurati se mi dici che è andata male! Ma i professori lo sanno che non studi mai? Vorrei sapere come fai a prendere sempre bei voti! Certo in te na classe de axi… Va ben, ti faccio un po’ di pasta, ma mangi sempre pasta! Beh ormai ho preparato il pesto, mangia e magari studia un po’ che non ti vedo mai studiare, ma cosa devo fare con te? Mi fai sempre disperare e non mi racconti mai niente! Mangia che sei magro come un chiodo!!!”

In pratica la risposta era già compresa nella domanda. Io ero solo lì a fare da cornice.

“No Carmen, non sono incinta,” ha detto Laura con una calma che ancora adesso mi toglie il fiato (quella sua capacità di stare nel caos altrui senza esserne travolta).

“Ci mancherebbe, i figli sono una benedizione, ma ne avete già tre che son tremendi! Come suo padre, uguale! Ma belli!!!”

È intervenuto mio padre, con quel modo suo di rivolgersi a lei che sembra brusco ma dentro ha una tenerezza che devi imparare a leggere: “Dai Ciccia, ci vogliono dire qualcosa, lasciali parlare.”

“E cosa ho detto? Parlate, chi ve lo impedisce?”

Così, tra un’interruzione e l’altra, in un modo che non avevo pianificato e che probabilmente non avrei potuto pianificare, ho raccontato tutto. Il lavoro che stava finendo. L’idea. Il posto. I ravioli. La Val Trebbia. Il progetto.

E poi è calato il silenzio.

Un silenzio vero, quello che non capita spesso quando c’è mia madre in una stanza.

Li ho guardati entrambi. I loro occhi non erano su di me. Erano su Laura.

Capivo il ragionamento senza che nessuno lo dicesse: mio figlio è fatto così, l’abbiamo sempre saputo. Ma lei? Lei che è così concreta, così equilibrata, lei che tiene i piedi per terra quando lui li tiene in aria? Se Laura è convinta, allora questa cosa non è solo l’ennesima follia artistica. Forse è reale.

È durato forse dieci secondi, quel silenzio. Ma era pieno.

Poi mia madre ha ripreso fiato.

“Ma i bambini? La scuola, gli amici, la città…”

“E se non funziona cosa fate? Avete qualcosa da parte? Tre figli, pensateci!”

Mio padre ha aspettato il momento giusto e ha detto, con quella voce che non alza mai di tono: “Ma avete già trovato il posto?”

Non era una domanda scettica. Era una domanda di chi ha già deciso di crederci, e vuole solo capire quanto è concreto.

“Stiamo guardando,” ho risposto.

Ha annuito. Una volta sola.

Il dibattito è andato avanti ancora un po’, tra argomento e controargomento, con mia madre a costruire castelli di obiezioni e mio padre a starle accanto con il suo silenzio paziente. Laura rispondeva con quella precisione chirurgica che ha sempre avuto. Io raccontavo la visione, i tavoli rustici, la gente sorridente, un giardino.

Ma a quel sogno stava per arrivare il colpo definitivo. Perché c’era una domanda che aspettava nell’ombra, pronta a speronarlo:

“E i soldi?”

 
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Ravioli e Ricordi – Capitolo 3

 
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Mollare tutto e ripartire da zero


“Io non ci passo un giorno in più lì dentro.”

Laura mi guardò con quei suoi occhi puliti e luminosi che ti sanno guardare dentro, in profondità ed accarezzarti l’anima quando ha bisogno di essere abbracciata, capita e protetta.

Restò in silenzio per un po’.


Spesso avevamo fantasticato sul vivere a contatto con la natura, lontano dal traffico.

Forse come hai fatto anche tu chissà quante volte.

Mollare tutto e ripartire da zero, questo era il senso: eliminare il superfluo e riappropriarsi della semplicità delle cose vere, fatte con le mani, a misura d’uomo. Ripartire vivendo della nostra comune passione: la Cucina degli Antichi Sapori.

La cucina non era solo una comune passione. Era un atto d’amore.

Fare assaggiare l’uno all’altra le proprie creazioni era come scambiarsi ogni volta il primo bacio. E chi veniva a tavola da noi lo percepiva: non stava solo mangiando, stava partecipando a qualcosa. La Cucina degli Antichi Sapori, nella sua espressione più pura (i ravioli fatti in casa) diventava un mezzo per riunirsi, parlare, conoscersi e crescere.

Era un po’ quello che succedeva con le nostre nonne quando si alzavano di buon’ora per preparare o tûcco della domenica. Tu ancora sotto le coperte, cullato dai rumori della cucina e dal profumo di rosmarino e aglio, restavi a pigronare un altro po’ pregustando quel giorno di festa fatto di cose buone, di amore, di serenità…

e di scarpetta col pane caldo sul fondo della pentola.

Sì, la cucina è un atto d’amore prima ancora di diventare arte, show o business come ci vogliono far credere in tv.

Noi volevamo vivere di quello, trasmetterlo, insegnarlo, tramandarlo così come ci era stato tramandato. La nostra prima regola, quella da cui non ci siamo mai allontanati: Niente Fronzoli, Tutta Sostanza.

All’epoca lavoravo per una cooperativa collegata ad un’importante Onlus dove avevo iniziato come responsabile dell’ufficio tecnico.

In cooperativa ho continuato a gestire le manutenzioni per un po’. Mi piaceva, rientrava nel mio campo, coerente con i miei studi di architettura. Ci dedicavo tutto me stesso, molte le responsabilità, molte le ore in più da fare, molte scelte difficili, ma non mi lamentavo, per me era una missione.

Un giorno mi convocarono.

“Luca, dobbiamo parlare di Cristiano.”

Con Cristiano avevamo creato una squadra efficiente con lui a capo. Sapeva fare bene il suo lavoro con una buona dose di creatività per trovare soluzioni nuove a vecchi problemi e sapeva gestire con empatia, ma anche fermezza, gli operai che gli avevo messo a disposizione.

Sempre disponibile, non guardava l’ora, faceva di tutto per finire bene il lavoro.

Qualche limite ce l’aveva, come tutti. A volte non consegnava in tempo, a volte prendeva troppa iniziativa. Ma era capace, sveglio e per me era veramente prezioso.

“Cristiano è una persona di valore e una risorsa insostituibile per la cooperativa. Se volete licenziarlo, fatelo voi, io non sono d’accordo.”

Silenzio.

Prima di tutto le persone. Non era un gesto eroico. Era coerenza ed era onestà: non ero disposto a calpestare i valori che mi avevano portato lì a scegliere proprio quella vita, ma soprattutto non ero disposto a fare il lavoro sporco per conto di altri. E in quel silenzio, in quell’ufficio che sapeva di carta e caffè freddo, capii una cosa che avrei dovuto capire prima.

Non ero più tra quelli che decidono. Ero tra quelli che eseguono. O che vengono messi da parte quando si rifiutano di farlo.

Ci volle ancora un po’ prima che agissi su quella consapevolezza. Anzi forse non era una consapevolezza, forse volevo solo credere che quei valori alla fine avrebbero vinto su tutto e che mi avrebbero protetto se fossi stato sempre coerente con essi.

Cristiano, venuto a conoscenza dell’accaduto, senza dirmi nulla, poco dopo diede le dimissioni, voleva solo proteggermi e rimanere anche lui fedele ai propri principi.

Non passò molto che mi spostarono (chissà come mai) in un settore impossibile fin dall’inizio, il mercatino dell’usato: sgomberi che costavano più di quello che si ricavava dalla vendita, dipendenti che arrivavano da situazioni difficili, margini che non c’erano. Strumenti da circolo del dopolavoro, aspettative da multinazionale.

Avevo migliorato i conti come potevo. Non abbastanza, mi dissero. Ma in quel settore impossibile avevo imparato forse la cosa più preziosa prima di aprire La Taverna: guardare i numeri, cercare il margine, gestire un team, promuovere un servizio, costruire qualcosa da zero. Il paradosso fu che le basi dell’imprenditore che sono diventato le ho imparate proprio lì, lavorando per qualcun altro.

Era una giornata fredda col cielo sereno e un sole che pur mettendocela tutta non riusciva a scaldare il promontorio di Carignano con la sua basilica dell’Alessi, Villa Croce e il monumentale ospedale Galliera dove un papà pelato teneva in braccio una bimba bellissima appena nata, era l’8 gennaio 2008.

In quel giorno radioso era nata Rachele e vorrei dire anche lei radiosa come quel cielo infinito, ma invece era incazzata come una biscia. La nostra terza, la femmina finalmente, che ora forse si stava calmando, forse.

Ero lì col camice verde. Il silenzio strano che segue un parto, quando il mondo trattiene il respiro e poi lo lascia andare tutto insieme nel primo vagito… e poi il secondo, il terzo e il pianto continuo e “va beh ora basta però bimba!”.

Me la sono trovata in braccio senza quasi accorgermene. Ed ora che si era calmata, non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, era piccola e… “leggera” pensavo “Mi sta in una mano!”.

Il cellulare era spento questa volta a differenza di quel giugno del 2002, in quella giornata infinita e dura quando Samuele a otto mesi di vita era sotto i ferri in una sala operatoria del Gaslini.

Quel giorno invece il telefono aziendale aveva squillato.

Io avevo risposto, convinto che fare il mio dovere fosse la forma più alta di rispetto. Verso il lavoro, verso chi contava su di me, verso una scelta fatta e un impegno preso. Avevo dato tutto. Ma avevo capito che non bastava. Dovevo anche perdere me stesso e forse stava già succedendo.

Rachele intanto aveva aperto gli occhi e mi guardava come solo Laura sapeva guardarmi, dentro l’anima, con gli occhi veri di chi non ha ancora imparato a fingere.

Era entrata nella vita a pugni chiusi, con la grinta di chi pretende il suo posto nel mondo e la caparbietà di voler ottenere tutto e subito.

Rachele era entrata nella vita a pugni chiusi, io a pugni chiusi volevo uscire da quell’ufficio che sapeva di carta, caffè freddo e falsità.

E poi da quel silenzio.

Quell’eco di parole vuote in cui avevo capito di essere nel posto sbagliato.

Le ho fatto una promessa silenziosa, quella che si fa solo quando sei sicuro che qualcuno ti sentirà anche senza parole: sarò qui. Per te, prima di tutto il resto, per sempre.

Qualche giorno dopo, tornato al lavoro, trovai una mail della presidente: “Perché non eri al lavoro?!?!”

“Stavo tenendo in braccio mia figlia appena nata cazzo.” Risposi mentalmente.

Poi chiusi la mail e non la riaprii più.

Ma non me ne sono andato per rabbia. Me ne sono andato perché avevo capito che il mio posto era altrove, che quel mondo non potevo cambiarlo, ma non volevo nemmeno esserne il complice involontario.

Fu quella la sera in cui tornai a casa e dissi a Laura che non ci avrei passato un giorno in più lì dentro.

Lei, dopo quel silenzio quasi sacro in cui lasciò le mie parole trovare il posto giusto nello spazio protetto del nostro mondo, non mi chiese perché. Mi chiese: “Cosa vuoi fare?”.

Il giorno delle dimissioni era una mattina con un cielo limpidissimo sopra Genova.

I pappagallini verdi nel cortile cantavano spensierati tra i ciliegi.

L’incontro era al Monastero di San Fruttuoso. Un edificio che avevo perlustrato in lungo e in largo per via del mio incarico, lo conoscevo come le mie tasche: ogni crepa nel muro, ogni porta, ogni scalino d’ardesia consumato. Ricordavo tutti i cantieri che avevo seguito, tutte le riparazioni fatte e quelle che ancora erano da fare. Ci avevo fatto il ricevimento di nozze. Per anni era stato Casa e seconda Famiglia.

Mi ero presentato con un avvocato del lavoro. Non per attaccare, ma per proteggere quello che mi spettava. Avevo chiesto solo quello. E avevo rinunciato a tutte le ore di straordinario (erano davvero tante): le regalavo alla cooperativa. Non a quella di quel giorno, ma a quella in cui avevo creduto. Quella che dava un lavoro e una speranza a persone più sfortunate di me.

Quando dissi le condizioni, sentii il loro sospiro di sollievo.

Avevano la coda di paglia e la faccia di… bronzo.

Mi girai verso la finestra. Nel giardino tre pappagalli si rincorrevano in aria. Volteggiavano spensierati, di un bellissimo verde brillante. Erano scappati chissà da quale gabbia e avevano trovato la libertà proprio lì, in quel cortile delimitato dai portici del 1200 dove mi sembrò che il tempo avesse sospeso il suo scorrere naturale per darmi uno spazio extra da ricordare e pensai, mentre seguivo le evoluzioni di quei giocolieri piumati, “Da raccontare domani”.

Che strano. Loro erano arrivati lì per essere liberi. Io per essere libero da lì me ne stavo andando via.

Per sempre.

Mi voltai verso di loro. Erano lì a guardarmi con un’espressione tra l’imbarazzato e il preoccupato che tentavano di nascondere con una maschera di ostentata sicurezza. Li vidi sparire lentamente dalla mia vita e quando all’improvviso il sole allagò imperioso la stanza dividendola in luce ed ombra, restarono lì nella loro parte buia, mentre io col sole che mi scaldava la guancia parlai.

Poi parlò l’avvocato.

Poi firmai.

E mentre uscivo nella luce di quel giorno radioso.

Respirai.

E quel domani in cui raccontare di quel cortile è diventato oggi. Il giorno in cui sto raccontando questa storia seduto al tavolo 8 della mia Taverna, dove al posto dei pappagalli di San Fruttuoso ci sono merli, pettirossi, fringuelli e cinciallegre che ci svegliano al mattino cantando tra i castagni. Dove i ricordi belli si rivivono davanti a un piatto di Ravioli Zena au tûcco e quelli brutti diventano lezioni che ci hanno fatto crescere.

Vorrei poter tornare in quel cortile del 1200 e sedermi al bordo del pozzo col Luca di quel giorno. Dirgli solo questo: abbi fiducia. Ce la farai.

Ma forse ero proprio lì seduto accanto a lui a sussurrargli nell’orecchio la persona che sarebbe diventato.

Quel “Respirai.” non è la fine di una storia. È il primo respiro di un’altra.

Ho pensato spesso, in questi anni, al Luca che firmava quei fogli in quel cortile. Non sapeva ancora nulla di quello che sarebbe venuto: La Taverna, i ravioli, i figli che crescevano tra i tavoli, questo libro.

Sapeva solo che da lì doveva uscire.

A volte basta questo. Non il piano. Non la risposta giusta. Solo la certezza, solida come un muro di pietra, che quel posto non è più il tuo.

Poi il resto arriva. Non tutto in una volta. Non tutto come l’avevi immaginato.

Ma arriva.

 
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Ravioli e Ricordi – Capitolo 2

 
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Mollare tutto e ripartire da zero

Era l’autunno del 2008 quando decidemmo in un secondo, un attimo dopo averla vista, di fare de La Taverna prima la nostra casa, poi un ristorante.

Spesso avevamo fantasticato sul vivere a contatto con la natura, lontano dal traffico e se anche tu almeno una volta ci hai pensato, mi puoi capire.

Mollare tutto e ripartire da zero, questo era il senso, eliminare il superfluo e riappropriarsi della semplicità delle cose vere, semplici, fatte con le mani, a misura d’uomo. Ripartire vivendo della nostra comune passione: La Cucina degli Antichi Sapori.

Eh si perché la cucina non era solo una comune passione, ma un atto d’amore.

Fare assaggiare l’uno all’altra le proprie creazioni era come scambiarsi ogni volta il primo bacio.

E chi veniva a pranzo e a cena da noi lo percepiva, così la Cucina degli Antichi Sapori, soprattutto nella sua espressione per noi più pura: i ravioli fatti in casa, diventava un mezzo per riunirsi, parlare e confrontarsi, conoscersi e crescere.

Era un po’ quello che succedeva con le nostre nonne quando si alzavano di buon’ora per preparare o tûcco e tu ancora sotto le coperte cullato dai rumori della cucina e dal profumo di rosmarino e aglio, restavi a pigronare un altro po’ pregustando una domenica fatta di cose buone, amore e serenità.

Si, la cucina è un atto d’amore prima ancora di diventare arte, show o business.

Noi volevamo vivere di quello, trasmetterlo, insegnarlo, tramandarlo come ci è stato tramandato.

Non possiamo dire che sia stato facile il percorso, ma la decisione è arrivata in un lampo.

Ora viviamo nella mansarda de La Taverna dove in questi anni abbiamo messo a nanna i nostri tre figli e abbiamo risvegliato i nostri sogni. Proprio dalla mansarda di questa baita abbiamo scritto nuove regole e la prima, in fatto di ristorazione, è: Niente Fronzoli, Tutta Sostanza.

Ma della nostra cucina te ne parlerò più avanti…

Hai letto fin qua ritagliandoti qualche minuto dai tuoi impegni senza buttare il libro nel bidone della carta e questo significa che vedi le cose un po’ come le vediamo noi. Quindi cosa aspetti?

Prima di andare avanti nella lettura…

Spegni il traffico e accendi la tua voglia di Ravioli, Sogni e Antichi Sapori… e mettiti comodo perché è proprio di Ravioli, Sogni e Antichi sapori che ti voglio raccontare, ma prima è meglio che ti dica qual è stata la nostra prima preoccupazione.

 
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