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Mollare tutto e ripartire da zero
Mia madre ha sempre pensato che fossi matto.
Non matto nel senso clinico, per carità (anche se a volte mi chiedo se non ci fosse un pizzico di speranza in quella direzione). Matto nel senso artistico: figlio imprevedibile, capace di qualsiasi cosa, soprattutto delle cose meno sensate.
E devo ammettere che qualche colpa ce l’avevo.
Fin da piccolo avevo manifestato quello che in casa nostra veniva chiamato “il problema”: disegnavo, scrivevo, suonavo, inventavo storie. Per me era tutto naturale, per lei era un campanello d’allarme che suonava senza sosta. L’artista, lo sapeva bene, è una figura romantica sulla carta e tragica nella vita reale. Senza soldi, senza sicurezza, senza radici.
“Guarda la storia, gli artisti sono tutti morti di fame!”
E aveva ragione, in un certo senso. Il problema non era il talento (quello forse c’era) ma quella leggerezza di fondo, quella tendenza a sentirmi capace di tutto prima ancora di aver capito cosa fosse quel tutto. L’entusiasmo senza zavorra. La certezza senza esperienza.
Cose bellissime a vent’anni. Meno rassicuranti quando hai una famiglia da mantenere.
Quindi puoi immaginare che quando, a trentotto anni, con moglie e tre figli, all’inizio di una crisi economica che stava piegando tutto il mondo, ho deciso di lasciare un lavoro fisso per aprire un ristorante in un posto che la maggior parte delle persone non sapeva nemmeno dove fosse, mia madre aveva già pronto il suo archivio di preoccupazioni. Anni di materiale accumulato, tutto lì, ordinato e pronto all’uso.
Il problema non era dirlo a mia madre.
Il problema era sopravvivere dopo averlo fatto.
In realtà ci spaventava più l’annuncio che la partenza stessa. Non perché fossimo incerti, la decisione era presa. Ma se hai dovuto dire una cosa difficile a qualcuno che ami sai che non è il giudizio che ti spaventa: è il rischio che le loro parole trovino i dubbi che stai cercando di non sentire. E quelli lì, i dubbi, li avevamo anche noi, ma li lasciavamo nascosti sotto il bel tappeto del nostro sogno.
La cena dai miei è sempre una cosa bella e caotica insieme.
Mia madre aveva aperto l’anta del pensile a sinistra dei fornelli, quello delle spezie.
“Mettine poco che è quello calabrese, è fortissimo!” mi dice passandomi il peperoncino in polvere e lasciando l’anta aperta.
“Chistu picchante è? Mi piddi pu culu?” rispondo scimmiottando un cugino di Siderno che faceva a gara con suo fratello a chi mangiava più piccante.
“Ma come fai a sentire il gusto poi? Ho fatto i taggen al tocco, li rovini!” Effettivamente aveva ragione, ma ero nella fase della mia vita in cui dovevo esagerare in qualsiasi cosa. “Ma, il tuo tocco è capace di sovrastare anche la dinamite!”
“Sì, sì, prendi in giro, prendi in giro…” Apre un’altra anta, tira fuori un piatto e lo mette in tavola, lasciando aperta anche quella.
“Uh, ma manca il pane! E non mi dite niente?!!!” Apre lo sportello in basso della credenza, prende il sacchetto del pane e lo mette in tavola. Anta aperta.
Interviene mio padre, che nel frattempo la osservava silenzioso in piedi davanti alla pentola, e dando ancora una rimescolata dice: “Ah Ciccia, non te l’ho detto…”
“Cosa?”
“È morto quello…”
“Chi è morto?” Si allarma mia mamma.
“Quello che chiudeva gli sportelli.”
Silenzio.
Ridiamo.
“Ma sei un deficiente! Mi hai fatto preoccupare! E chiuditeli te gli sportelli invece di star lì a rimescolare l’acqua, cosa serve vorrei sapere!”
“Non sto rimescolando l’acqua, rimescolo le tagliatelle, altrimenti si attaccano.”
“Ma non si attaccano! Scolale va e vatti a sedere che mi hai già fatto arrabbiare.”
Laura mi guarda preoccupata. Le sorrido per rassicurarla: non stanno veramente litigando, è il loro modo di volersi bene.
“Sembra di essere in Casa Vianello,” dico, citando la sitcom che ci ha fatto ridere per tutti gli anni novanta.
“Eh appunto: che noia, che barba, che noia che barba. È proprio un noioso tuo padre!”
“Dai Ciccia, passami la zuppiera col sugo che i taggen sono scolati.” Taglia corto mio padre, e mentre alza la testa picchia contro l’anta aperta.
Silenzio.
Ridiamo.
Eravamo arrivati al dolce quando Laura mi ha guardato con quello sguardo (chi la conosce sa di cosa parlo, niente di visibile a occhio nudo, ma efficace come un cartello stradale col lampeggiante) che diceva chiaramente: hai lasciato passare l’antipasto, il primo, il secondo e il contorno. Adesso parli.
“Allora,” ho esordito, con la voce di chi si sta tuffando da un’altezza non verificata, “vorremmo dirvi una cosa importante.”
“Oh bello Segnô cäo!!!” fa mia madre, in genovese, con quella sua capacità di sparare prima di vedere il bersaglio. “Sei di nuovo incinta Laura!!??”
Ecco.
Mia madre ha questa caratteristica magnifica e snervante allo stesso tempo: finisce le tue frasi prima che tu le cominci. Lei sa già. Ha sempre saputo. Il problema è che a volte sa la cosa sbagliata.
Era lo stesso meccanismo di quando tornavo a casa e mi chiedeva “Com’è andata a scuola?”, senza aspettarsi risposta:
“Bene, certo, figurati se mi dici che è andata male! Ma i professori lo sanno che non studi mai? Vorrei sapere come fai a prendere sempre bei voti! Certo in te na classe de axi… Va ben, ti faccio un po’ di pasta, ma mangi sempre pasta! Beh ormai ho preparato il pesto, mangia e magari studia un po’ che non ti vedo mai studiare, ma cosa devo fare con te? Mi fai sempre disperare e non mi racconti mai niente! Mangia che sei magro come un chiodo!!!”
In pratica la risposta era già compresa nella domanda. Io ero solo lì a fare da cornice.
“No Carmen, non sono incinta,” ha detto Laura con una calma che ancora adesso mi toglie il fiato (quella sua capacità di stare nel caos altrui senza esserne travolta).
“Ci mancherebbe, i figli sono una benedizione, ma ne avete già tre che son tremendi! Come suo padre, uguale! Ma belli!!!”
È intervenuto mio padre, con quel modo suo di rivolgersi a lei che sembra brusco ma dentro ha una tenerezza che devi imparare a leggere: “Dai Ciccia, ci vogliono dire qualcosa, lasciali parlare.”
“E cosa ho detto? Parlate, chi ve lo impedisce?”
Così, tra un’interruzione e l’altra, in un modo che non avevo pianificato e che probabilmente non avrei potuto pianificare, ho raccontato tutto. Il lavoro che stava finendo. L’idea. Il posto. I ravioli. La Val Trebbia. Il progetto.
E poi è calato il silenzio.
Un silenzio vero, quello che non capita spesso quando c’è mia madre in una stanza.
Li ho guardati entrambi. I loro occhi non erano su di me. Erano su Laura.
Capivo il ragionamento senza che nessuno lo dicesse: mio figlio è fatto così, l’abbiamo sempre saputo. Ma lei? Lei che è così concreta, così equilibrata, lei che tiene i piedi per terra quando lui li tiene in aria? Se Laura è convinta, allora questa cosa non è solo l’ennesima follia artistica. Forse è reale.
È durato forse dieci secondi, quel silenzio. Ma era pieno.
Poi mia madre ha ripreso fiato.
“Ma i bambini? La scuola, gli amici, la città…”
“E se non funziona cosa fate? Avete qualcosa da parte? Tre figli, pensateci!”
Mio padre ha aspettato il momento giusto e ha detto, con quella voce che non alza mai di tono: “Ma avete già trovato il posto?”
Non era una domanda scettica. Era una domanda di chi ha già deciso di crederci, e vuole solo capire quanto è concreto.
“Stiamo guardando,” ho risposto.
Ha annuito. Una volta sola.
Il dibattito è andato avanti ancora un po’, tra argomento e controargomento, con mia madre a costruire castelli di obiezioni e mio padre a starle accanto con il suo silenzio paziente. Laura rispondeva con quella precisione chirurgica che ha sempre avuto. Io raccontavo la visione, i tavoli rustici, la gente sorridente, un giardino.
Ma a quel sogno stava per arrivare il colpo definitivo. Perché c’era una domanda che aspettava nell’ombra, pronta a speronarlo:
“E i soldi?”
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