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Ravioli e Ricordi – Capitolo 3

 
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Mollare tutto e ripartire da zero


“Io non ci passo un giorno in più lì dentro.”

Laura mi guardò con quei suoi occhi puliti e luminosi che ti sanno guardare dentro, in profondità ed accarezzarti l’anima quando ha bisogno di essere abbracciata, capita e protetta.

Restò in silenzio per un po’.


Spesso avevamo fantasticato sul vivere a contatto con la natura, lontano dal traffico.

Forse come hai fatto anche tu chissà quante volte.

Mollare tutto e ripartire da zero, questo era il senso: eliminare il superfluo e riappropriarsi della semplicità delle cose vere, fatte con le mani, a misura d’uomo. Ripartire vivendo della nostra comune passione: la Cucina degli Antichi Sapori.

La cucina non era solo una comune passione. Era un atto d’amore.

Fare assaggiare l’uno all’altra le proprie creazioni era come scambiarsi ogni volta il primo bacio. E chi veniva a tavola da noi lo percepiva: non stava solo mangiando, stava partecipando a qualcosa. La Cucina degli Antichi Sapori, nella sua espressione più pura (i ravioli fatti in casa) diventava un mezzo per riunirsi, parlare, conoscersi e crescere.

Era un po’ quello che succedeva con le nostre nonne quando si alzavano di buon’ora per preparare o tûcco della domenica. Tu ancora sotto le coperte, cullato dai rumori della cucina e dal profumo di rosmarino e aglio, restavi a pigronare un altro po’ pregustando quel giorno di festa fatto di cose buone, di amore, di serenità…

e di scarpetta col pane caldo sul fondo della pentola.

Sì, la cucina è un atto d’amore prima ancora di diventare arte, show o business come ci vogliono far credere in tv.

Noi volevamo vivere di quello, trasmetterlo, insegnarlo, tramandarlo così come ci era stato tramandato. La nostra prima regola, quella da cui non ci siamo mai allontanati: Niente Fronzoli, Tutta Sostanza.

All’epoca lavoravo per una cooperativa collegata ad un’importante Onlus dove avevo iniziato come responsabile dell’ufficio tecnico.

In cooperativa ho continuato a gestire le manutenzioni per un po’. Mi piaceva, rientrava nel mio campo, coerente con i miei studi di architettura. Ci dedicavo tutto me stesso, molte le responsabilità, molte le ore in più da fare, molte scelte difficili, ma non mi lamentavo, per me era una missione.

Un giorno mi convocarono.

“Luca, dobbiamo parlare di Cristiano.”

Con Cristiano avevamo creato una squadra efficiente con lui a capo. Sapeva fare bene il suo lavoro con una buona dose di creatività per trovare soluzioni nuove a vecchi problemi e sapeva gestire con empatia, ma anche fermezza, gli operai che gli avevo messo a disposizione.

Sempre disponibile, non guardava l’ora, faceva di tutto per finire bene il lavoro.

Qualche limite ce l’aveva, come tutti. A volte non consegnava in tempo, a volte prendeva troppa iniziativa. Ma era capace, sveglio e per me era veramente prezioso.

“Cristiano è una persona di valore e una risorsa insostituibile per la cooperativa. Se volete licenziarlo, fatelo voi, io non sono d’accordo.”

Silenzio.

Prima di tutto le persone. Non era un gesto eroico. Era coerenza ed era onestà: non ero disposto a calpestare i valori che mi avevano portato lì a scegliere proprio quella vita, ma soprattutto non ero disposto a fare il lavoro sporco per conto di altri. E in quel silenzio, in quell’ufficio che sapeva di carta e caffè freddo, capii una cosa che avrei dovuto capire prima.

Non ero più tra quelli che decidono. Ero tra quelli che eseguono. O che vengono messi da parte quando si rifiutano di farlo.

Ci volle ancora un po’ prima che agissi su quella consapevolezza. Anzi forse non era una consapevolezza, forse volevo solo credere che quei valori alla fine avrebbero vinto su tutto e che mi avrebbero protetto se fossi stato sempre coerente con essi.

Cristiano, venuto a conoscenza dell’accaduto, senza dirmi nulla, poco dopo diede le dimissioni, voleva solo proteggermi e rimanere anche lui fedele ai propri principi.

Non passò molto che mi spostarono (chissà come mai) in un settore impossibile fin dall’inizio, il mercatino dell’usato: sgomberi che costavano più di quello che si ricavava dalla vendita, dipendenti che arrivavano da situazioni difficili, margini che non c’erano. Strumenti da circolo del dopolavoro, aspettative da multinazionale.

Avevo migliorato i conti come potevo. Non abbastanza, mi dissero. Ma in quel settore impossibile avevo imparato forse la cosa più preziosa prima di aprire La Taverna: guardare i numeri, cercare il margine, gestire un team, promuovere un servizio, costruire qualcosa da zero. Il paradosso fu che le basi dell’imprenditore che sono diventato le ho imparate proprio lì, lavorando per qualcun altro.

Era una giornata fredda col cielo sereno e un sole che pur mettendocela tutta non riusciva a scaldare il promontorio di Carignano con la sua basilica dell’Alessi, Villa Croce e il monumentale ospedale Galliera dove un papà pelato teneva in braccio una bimba bellissima appena nata, era l’8 gennaio 2008.

In quel giorno radioso era nata Rachele e vorrei dire anche lei radiosa come quel cielo infinito, ma invece era incazzata come una biscia. La nostra terza, la femmina finalmente, che ora forse si stava calmando, forse.

Ero lì col camice verde. Il silenzio strano che segue un parto, quando il mondo trattiene il respiro e poi lo lascia andare tutto insieme nel primo vagito… e poi il secondo, il terzo e il pianto continuo e “va beh ora basta però bimba!”.

Me la sono trovata in braccio senza quasi accorgermene. Ed ora che si era calmata, non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, era piccola e… “leggera” pensavo “Mi sta in una mano!”.

Il cellulare era spento questa volta a differenza di quel giugno del 2002, in quella giornata infinita e dura quando Samuele a otto mesi di vita era sotto i ferri in una sala operatoria del Gaslini.

Quel giorno invece il telefono aziendale aveva squillato.

Io avevo risposto, convinto che fare il mio dovere fosse la forma più alta di rispetto. Verso il lavoro, verso chi contava su di me, verso una scelta fatta e un impegno preso. Avevo dato tutto. Ma avevo capito che non bastava. Dovevo anche perdere me stesso e forse stava già succedendo.

Rachele intanto aveva aperto gli occhi e mi guardava come solo Laura sapeva guardarmi, dentro l’anima, con gli occhi veri di chi non ha ancora imparato a fingere.

Era entrata nella vita a pugni chiusi, con la grinta di chi pretende il suo posto nel mondo e la caparbietà di voler ottenere tutto e subito.

Rachele era entrata nella vita a pugni chiusi, io a pugni chiusi volevo uscire da quell’ufficio che sapeva di carta, caffè freddo e falsità.

E poi da quel silenzio.

Quell’eco di parole vuote in cui avevo capito di essere nel posto sbagliato.

Le ho fatto una promessa silenziosa, quella che si fa solo quando sei sicuro che qualcuno ti sentirà anche senza parole: sarò qui. Per te, prima di tutto il resto, per sempre.

Qualche giorno dopo, tornato al lavoro, trovai una mail della presidente: “Perché non eri al lavoro?!?!”

“Stavo tenendo in braccio mia figlia appena nata cazzo.” Risposi mentalmente.

Poi chiusi la mail e non la riaprii più.

Ma non me ne sono andato per rabbia. Me ne sono andato perché avevo capito che il mio posto era altrove, che quel mondo non potevo cambiarlo, ma non volevo nemmeno esserne il complice involontario.

Fu quella la sera in cui tornai a casa e dissi a Laura che non ci avrei passato un giorno in più lì dentro.

Lei, dopo quel silenzio quasi sacro in cui lasciò le mie parole trovare il posto giusto nello spazio protetto del nostro mondo, non mi chiese perché. Mi chiese: “Cosa vuoi fare?”.

Il giorno delle dimissioni era una mattina con un cielo limpidissimo sopra Genova.

I pappagallini verdi nel cortile cantavano spensierati tra i ciliegi.

L’incontro era al Monastero di San Fruttuoso. Un edificio che avevo perlustrato in lungo e in largo per via del mio incarico, lo conoscevo come le mie tasche: ogni crepa nel muro, ogni porta, ogni scalino d’ardesia consumato. Ricordavo tutti i cantieri che avevo seguito, tutte le riparazioni fatte e quelle che ancora erano da fare. Ci avevo fatto il ricevimento di nozze. Per anni era stato Casa e seconda Famiglia.

Mi ero presentato con un avvocato del lavoro. Non per attaccare, ma per proteggere quello che mi spettava. Avevo chiesto solo quello. E avevo rinunciato a tutte le ore di straordinario (erano davvero tante): le regalavo alla cooperativa. Non a quella di quel giorno, ma a quella in cui avevo creduto. Quella che dava un lavoro e una speranza a persone più sfortunate di me.

Quando dissi le condizioni, sentii il loro sospiro di sollievo.

Avevano la coda di paglia e la faccia di… bronzo.

Mi girai verso la finestra. Nel giardino tre pappagalli si rincorrevano in aria. Volteggiavano spensierati, di un bellissimo verde brillante. Erano scappati chissà da quale gabbia e avevano trovato la libertà proprio lì, in quel cortile delimitato dai portici del 1200 dove mi sembrò che il tempo avesse sospeso il suo scorrere naturale per darmi uno spazio extra da ricordare e pensai, mentre seguivo le evoluzioni di quei giocolieri piumati, “Da raccontare domani”.

Che strano. Loro erano arrivati lì per essere liberi. Io per essere libero da lì me ne stavo andando via.

Per sempre.

Mi voltai verso di loro. Erano lì a guardarmi con un’espressione tra l’imbarazzato e il preoccupato che tentavano di nascondere con una maschera di ostentata sicurezza. Li vidi sparire lentamente dalla mia vita e quando all’improvviso il sole allagò imperioso la stanza dividendola in luce ed ombra, restarono lì nella loro parte buia, mentre io col sole che mi scaldava la guancia parlai.

Poi parlò l’avvocato.

Poi firmai.

E mentre uscivo nella luce di quel giorno radioso.

Respirai.

E quel domani in cui raccontare di quel cortile è diventato oggi. Il giorno in cui sto raccontando questa storia seduto al tavolo 8 della mia Taverna, dove al posto dei pappagalli di San Fruttuoso ci sono merli, pettirossi, fringuelli e cinciallegre che ci svegliano al mattino cantando tra i castagni. Dove i ricordi belli si rivivono davanti a un piatto di Ravioli Zena au tûcco e quelli brutti diventano lezioni che ci hanno fatto crescere.

Vorrei poter tornare in quel cortile del 1200 e sedermi al bordo del pozzo col Luca di quel giorno. Dirgli solo questo: abbi fiducia. Ce la farai.

Ma forse ero proprio lì seduto accanto a lui a sussurrargli nell’orecchio la persona che sarebbe diventato.

Quel “Respirai.” non è la fine di una storia. È il primo respiro di un’altra.

Ho pensato spesso, in questi anni, al Luca che firmava quei fogli in quel cortile. Non sapeva ancora nulla di quello che sarebbe venuto: La Taverna, i ravioli, i figli che crescevano tra i tavoli, questo libro.

Sapeva solo che da lì doveva uscire.

A volte basta questo. Non il piano. Non la risposta giusta. Solo la certezza, solida come un muro di pietra, che quel posto non è più il tuo.

Poi il resto arriva. Non tutto in una volta. Non tutto come l’avevi immaginato.

Ma arriva.

 
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